È come se fossi seduto a tavola, circondato da visi amici, avvolto da un'atmosfera calda, ma non te ne avvedessi. È come se fossi all'esterno, con l'inverno alle porte e il freddo che ti penetra nelle narici e ne pizzica le pareti interne mentre inspiri. Non riesci a intuire se non stai pensando a nulla o se la tua mente si squassa tanto rapida da non essere capace di soffermarsi su un solo pensiero. Ti domandi semplicemente cosa dovresti provare dentro di te, te che vegeti e risiedi, che sei il tuo unico punto di riferimento: potrebbe prevalere la collera, o il dispiacere, forse il rammarico, oppure la speranza, l'egoismo, o perfino l'amore. Non avverti suoni, nè alcun tipo di vibrazione. Attendi di essere risucchiato nel vuoto, dissolvendoti in particelle, splendide come corpi celesti. Ti abbandoni a te stesso, alle tue lacrime, tergendoti con esse, congedando i peccati commessi e dimenticando ogni cosa. Nel contempo ci ripensi, il passato ti lega deciso a se, spiacevole o piacevole che sia. È come se fossi in un gabbio e avessi perso l'udito, con lo sguardo smarrito, quasi accigliato da quell'inquietudine che ti accompagna oramai da tempo e ti priva di svariati piaceri. Ti divincoli, guardandoti intorno in un primo momento, strizzando gli occhi e agitandoti sempre più mentre spalanchi la bocca mostrando i denti. Tenti vanamente di liberarti da quella morsa, è impossibile sfuggire al proprio passato. E alla volta in cui lo comprendi, cedi, sconfitto, e sollevi il capo verso il cielo: le stelle brillano, pare ti parlino. Basta sbatter le ciglia che ritrovi il senno, pervaso nuovamente dal gelo.